 Due ragazze down kamikaze in Irak, per l’ennesimo attentato terroristico suicida. La notizia è di poche settimane fa. Particolare di non poco conto: le due ragazze erano martiri inconsapevoli infatti non si sono fatte esplodere da sole ma qualcun altro ha provveduto con un radiocomando. Le considerazioni spontanee sono tante. La prima è che in Irak, non diversamente da altri paesi che si dichiarano civili, la vita delle donne disabili merita scarsa considerazione. La seconda è che due famiglie( o una sola se erano sorelle, ma questo non è dato di sapere ) hanno fatto bingo: si sono liberate di due ragazze scomode e indesiderate e hanno contribuito alla causa ricevendo in cambio certamente denaro e altri benefici. La terza è che il mondo occidentale ha dato una notizia scarna dell’accaduto e non una sola parola di pietà autentica, di solidarietà vera per le due povere ragazze si è letta dalle agenzie di stampa.
La violenza nei confronti delle donne disabili ha molti volti e quello fisico degli abusi, dei traumi inflitti, della sofferenza imposta non è certo l’unico. Le donne con disabilità più delle altre sono soggette ad emarginazione, oppressione, esclusione. Tra le più gravi violenze fisiche ci può essere la sterilizzazione forzata, l’aborto selettivo o addirittura l’infanticidio. Ma le violenze psicologiche non sono meno gravi. Le ferite dell’anima guariscono con molta più difficoltà di quelle del corpo.
Sono più soggette a subire violenze di ogni tipo le donne disabili ricoverate in istituti. Ma a volte è nella stessa famiglia il mostro che quotidianamente si accanisce contro chi è massimamente vulnerabile.
Partiamo dal quotidiano.
La donna disabile viene quotidianamente violata nella sua dimensione più intima e profonda, nella sua identità fisica, emotiva e di pensiero quando non viene presa in considerazione, quando non se ne riconosce la presenza in una determinata situazione, quando viene a trovarsi nell’ impossibilità di comunicare. Cancellare l’identità di qualcuno è una delle più gravi forme di violenza che si possano esercitare su chiunque. Chi è disabile fa molta più fatica degli altri a mantenere dritto il timone dell’autostima e il contesto, troppo spesso anche quello familiare, non lo aiuta. L'autostima è messa in dubbio o confermata dalla famiglia o dagli amici già dall’adolescenza, spesso dall'infanzia. Inizia così l’autovalutazione, la comparazione tra il proprio corpo e i modelli di bellezza imperanti . Alla ragazza disabile vengono negati o limitati i ruoli tradizionali assegnati alle altre donne e questo deriva solo dalla percezione che gli altri hanno della disabilità. Si negano così prospettive future a chi, tante volte, con un pò di sostegno in più potrebbe tagliare importanti traguardi. Anche questa è violenza.
La mancanza di aspettative nei progetti personali delle donne disabili e il fatto che non rispondono alle caratteristiche che definiscono un ruolo sociale, confondono le altre persone nello stabilire un rapporto. Tutto questo porta in molti casi ad essere riluttanti nell'intraprendere una relazione o all'imbarazzo nel trovarsi davanti ad una "persona diversa". Atteggiamento questo che, a sua volta, crea confusione nelle donne disabili, o, quello che è ancora peggio, paura, insicurezza e svalutazione del sé.
Se si muove con la carrozzina, la disabile affronta percorsi inaccessibili, scivoli simili a montagne russe, gradini dove non dovrebbero essercene, mancanza di ascensori a volte persino nelle strutture sociali e sanitarie che accolgono le persone con disabilità. E questa è violenza. Da parte delle istituzioni che non rimuovono le barriere architettoniche, da parte dei privati che parcheggiano sugli scivoli, da parte di una diffusa mancanza di rispetto per problemi che appartengono a tutti e non solo a chi vive la condizione di disabilità. Tutti i giorni la donna con disabilità deve affrontare atteggiamenti e sguardi che esprimono paura, compassione, pietà. Proprio quello che non vuole, che non le serve, che aggrava i suoi problemi. Una donna sbagliata, una donna mancata, una donna asessuata di cui si può liberamente abusare perché forse, anzi, dovrebbe mostrarsi grata nell’avere suscitato le attenzioni di un uomo, pur non essendo soggetto, pur essendo oggetto assai poco desiderabile.
Ma qualche risposta comincia ad affiorare.
Se la donna disabile non ha problemi mentali può fare ricorso ad intelligenza, a furbizia, a strategie di ogni tipo per difendersi: la legge la tutela da sfruttamenti e abusi. Oggi si può ricorrere all’Amministratore di sostegno, figura introdotta a conclusione, degna, dell’Anno Europeo della disabilità (2003 ). L’amministratore di sostegno viene scelto dal giudice tutelare, su richiesta dell’interessato o dei familiari o di un responsabile dei servizi sociosanitari; la scelta cadrà per lo più su un parente, meglio se convivente, potrà essere designato anche un estraneo, purché non sia strutturato in organismi pubblici o privati che hanno in cura o in carico il beneficiario. La figura dell’amministratore di sostegno si affianca a quelle del tutore e del curatore che intervengono nei casi di interdizione o di inabilitazione, rappresentando un’alternativa di valorizzazione e di grande rispetto delle abilità residue e della capacità di autodeterminazione di chi sia stato reso fragile da malattia, età avanzata o vicissitudini esistenziali, ma non sia né incapace né interdetto e possa compiere ancora validi atti giuridici. Pur se per interposta persona. Chi perde l’autosufficienza ma non il lume della ragione può chiedere di avvalersi di un amministratore di sostegno. Se è solo o ha una famiglia che non si prende cura di lui come dovrebbe o chi, in famiglia, viene sfruttato, discriminato, vessato,ricattato come purtroppo accade frequentemente, in particolare alle donne ma non solo alle donne, può rivolgersi anche ad un legale di fiducia per l’amministrazione dei suoi beni e la tutela dei suoi interessi, scegliendolo come amministratore di sostegno.
Anche la Convenzione Onu , Convenzione Internazionale dei diritti delle persone con disabilità, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 13 Dicembre del 2006, fa espresso riferimento alla particolare situazione di esclusione in cui vivono le donne con disabilità, più volte in tutto il documento, ma specificatamente all’articolo 6:
Articolo 6
Donne con disabilità
1. Gli Stati Parte riconoscono che le donne e le ragazze con disabilità sono soggette a discriminazioni plurime e che sono necessarie misure mirate all’empowerment e sensibili alla questione di genere per assicurare il pieno ed uguale godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte di donne e ragazze con disabilità.
2. Gli Stati Parte prenderanno ogni misura appropriata per assicurare il pieno sviluppo e avanzamento delle donne, allo scopo di garantire loro l’esercizio e il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali enunciate in questa Convenzione.
L’obiettivo fondamentale di questa analisi non è tanto la denuncia in sé, che pure ha grande importanza in termini di informazione. Per fare consapevolezza, per fare cultura, per rimuovere pregiudizi.
La vera svolta culturale deve partire piuttosto dalla presa di coscienza delle stesse donne con disabilità e di chi, con amore, se ne prende cura.
Troppo spesso la donna disabile accetta supinamente umiliazioni, offese, violenze vere e proprie senza prendere in considerazione la possibilità di reagire, di rialzare la testa, di cercare aiuto, di rivendicare con forza tutti i diritti che quotidianamente le vengono negati. Con uno scatto di orgoglio la donna può avviare una vera e propria rivoluzione culturale.
Una rivoluzione culturale, che,se si attuasse, renderebbe migliore la società tutta.
Una società che, dal canto suo, deve avere il coraggio di riconoscere i propri errori e la forza di porvi rimedio-Rory Previti(Responsabile Ufficio H UGL Sicilia).
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